Rbm: tra i suoi primati anche quello dei reclami

Il 6 marzo, il Corriere Economia ha pubblicato due articoli sulle assicurazioni. Nel primo – di cui già abbiamo parlato e che abbiamo riportato per intero, perché dedicava alcune righe alle società di mutuo soccorso (non ci sembrava vero trovarle tra le pagine dei giornaloni!) – si racconta dei nuovi soggetti della White Economy e si parla delle grandi compagnie assicurative: Unipol, Generali e – udite udite – Rbm, che in pochissimi anni ha scalato la classifica dei signori del business piazzandosi al terzo posto. Peccato che – si legge nell’articolo – l’espansione della sua presenza sia stata accompagnata anche dal primato dei reclami, che toccano il 9,56%. Ahi ahi.

Il Corriere dedica ai reclami nei confronti delle compagnie assicurative il secondo articolo. Già il titolo è emblematico: “Dall’Rc auto alle polizze vita: la protesta è (quasi) assicurata”. Poche settimane fa l’Ivass, Istituto di Vigilanza sulle assicurazioni, ha diffuso i dati sui reclami dei consumatori nei primi mesi del 2016. Una classifica speciale, che vede al primo posto Generali Italia con 10.399 reclami complessivi. Seguono UnipolSai con 8.419; Allianz SpA con 4.804; Genialloyd società per azioni di assicurazioni con 2.885; Alleanza assicurazioni SpA con 2.822; Direct Line Insurance spa con 2.029; Vittoria assicurazioni con 2.017; Admiral Ins. Com. Ltd (impresa estera) con 1.789; Genertel con 1.688; e Rbm Salute con 1.641.

Il numero dei contenziosi, in generale, resta alto, tant’è che Ivass è corsa ai ripari – spiega il Corriere – convocando negli scorsi mesi i top manager di 15 compagnie italiane e 12 estere per discutere l’andamento dei reclami e chiedere l’adozione di misure a tutela dei consumatori. Nel primo semestre del 2016 sono stati 64.355 i reclami presentati, a cui si aggiungono, e solo in parte sono sovrapponibili, i 2432 esposti presentati direttamente all’Ivass. Lungaggini, ritardi nei pagamenti, errori, ma anche comportamenti poco trasparenti o scorretti degli agenti: sono questi i principali motivi che spingono i consumatori a protestare.

Insomma, anche la fantastica Rbm ha i suoi problemi. Forse è per dimenticarli che Marco Vecchietti, consigliere delegato della compagnia, non perde occasione per cercare di “impossessarsi” del secondo pilastro sanitario. L’ultima, ghiotta occasione, gli è stata fornita dalla conferenza nazionale Gimbe, che si è svolta nei giorni scorsi a Bologna e che è stata una opportunità per fare il punto sullo stato di salute (pessimo) del nostro Servizio Sanitario Nazionale.

“È arrivato il tempo di un Secondo Pilastro Sanitario aperto a tutti i cittadini in grado di integrare armonicamente il Servizio Sanitario Nazionale. Una presa di coscienza e di consapevolezza è la giusta base di azione per tutti, anche perché solo in questo modo è possibile recuperare quelle quote di universalismo ed equità perse, nei fatti, dall’attuale Servizio sanitario nazionale e consegnare alle future generazioni un sistema basato su accessibilità, qualità e sostenibilità delle cure”. Questa è stata la dichiarazione di Vecchietti.

È arrivato il tempo di un secondo pilastro sanitario aperto a tutti i cittadini in grado di integrare armonicamente il Servizio Sanitario Nazionale, dice. Bene. Giusto. Ma il secondo pilastro c’è già! Fondi sanitari e società di mutuo soccorso garantiscono infatti ai cittadini cure e assistenza, secondo il principio della mutualità. Le assicurazioni possono fare tranquillamente parte del terzo pilastro, quello relativo alla sanità privata, le cui prestazioni possono essere acquistate direttamente o tramite le polizze assicurative.

Vecchietti chiede una realtà che già c’è, e che ha solo bisogno di essere sostenuta. I cittadini devono essere informati, ovviamente. Cosa non facile, vista la confusione che si crea sempre sull’argomento sanità integrativa, anche a causa di dichiarazioni di questo tipo. Ah no, aspettate. Vecchietti vuole un secondo pilastro dominato dalle compagnie assicurative. Vuole una sanità integrativa profit, insomma. Eh no. Il secondo pilastro già c’è e non è a scopo di lucro. Forse è meglio se si dedica ad esaminare i suoi reclami. Non vorrà mica che quel 9,56% oscuri l’immagine della sua compagnia…

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